Brexit: il Kōan europeo (Ep. 1)

L’uscita del Regno Unito dall’Europa è quindi un dato di fatto.  La stessa Teresa May, nuovo Primo Ministro del regno, ha confermato immediatamente dopo il proprio insediamento al 10 di Dawning Street, che “Brexit means brexit”.  Chiaro no!?

NO. Purtroppo in questa vicenda nulla è chiaro.  Mi sembrerebbe strano il contrario, visto che si tratta di un passaggio epocale nella storia politica di questo continente, capace di generare ripercussioni oggi difficilmente calcolabili anche a livello globale.  L’atteggiamento sibillino della May (ribattezzata per l’occasione dai media inglesi Teresa May, or Maybe not!) è giustificato da una necessaria cautela, maschera di una reale impossibilità di leggere rapidamente una situazione MOLTO complicata, che richiederà del tempo per essere composta.

Il sismografo politico europeo ha percepito il primo, profondo, sordo sussulto quel 23 giugno 2016, quando increduli abbiamo appreso che il popolo di Sua Maestà aveva democraticamente deciso di non essere più europeo.  Poi un certo silenzio.  Come in un interminabile slow motion, la scossa ancora non è arrivata al livello del suolo.  Anzi, è ancora sotto traccia.  Si ode in lontananza il suo rombo, ma i bicchieri nella vetrinetta europea ancora non tintillano.   Eppure è inevitabile.  Balleranno, cadranno a terra e si romperanno.  Forse andrà a terra anche la vetrina. Quasi sicuramente l’Alteriero Spinelli (sede del Parlamento Europeo a Bruxelles, ndr) resterà in piedi, o almeno così spavaldamente annuncia Junker.

Nei giorni precedenti la celebrazione del referendum sulla Brexit, per chi si occupa di politica europea, è stato un pò come essere al cinema…nei minuti che precedono la proiezione di un film pluripremiato sul tema “Armageddon”.   Oggi siamo a quel punto del film in cui, superato l’annuncio urbi et orbi circa l’imminente disastro, il protagonista e il co-protagonista iniziano a studiare come poter sopravvivere alla catastrofe imminente, elaborando strategie che possano mitigare il rischio estinzione.

Teresa May deve fare i conti con una serie di problemi di natura storica, politica, economica, sociale. Ma non è ancora pronta a dare il via alle danze.  Non è chiaro se sarà un tempo 4/4 di leali negoziazioni con gli altri 27 stati membri, o un 3/4 fatto di inasprimento dell’isolazionismo britannico contro l’EU tiranna, o magari un 5/4 di entusiasmo in salsa british dovuto alla concretizzazione del sogno Brexit.

In realtà l’establishment britannico più avveduto sa perfettamente che sarebbe stato meglio non essersi mai trovati di fronte a questa situazione.  “Si può tornare indietro?” si chiedono alcuni.  ” E se si improntasse un ulteriore referendum?”, dicono altri.  Alcuni si spingono oltre fino a giudicare politicamente irrilevante il referendum poiché privo di un immediato effetto giuridico.

Tecnicamente – questo è un dato – è necessario attivare l’ormai celebre art. 50 del Trattato sull’Unione Europea (quello che prevede la possibilità di recesso di uno stato membro).  Il verbo che viene più spesso usato in questi giorni dalle cronache politiche anglosassoni è “to trigger”.  In lingua inglese, il sostantivo “trigger” è il termine che indica grilletto della pistola.  Evocativo.  Occorre quindi “sparare” l’art. 50 e dare tecnicamente avvio alle procedure. E’ ovvio che – essendo adesso la palla in campo UK – Teresa May prenda tempo prima di sparare una pallottola impazzita.  Ha recentemente dichiarato che non intende rilasciare dichiarazione affrettate in tema Brexit.  Nel frattempo tenta di predisporre un team di super politici ed esperti che nel prossimo futuro dovrà tirare quotidianamente la carretta della negoziazione con l’UE.  In campo, David Davis, ministro (Secretary) del neo-costituito Ministero per l’uscita dalla UE, che di par suo ha già messo le mani avanti asserendo che le negoziazioni della Brexit saranno le più difficili di tutti i tempi, peraltro constatata l’assenza di una procedura burocratica cononizzata (nessuno sa chiaramente come si fa una Brexit).  Per rassicurare dichiara alla Camera dei Lord che, dopo aver attivato l’Art. 50, si aspetta un processo più “open”. Intanto è iniziato il reclutamento dei migliori esperti a supporto di una strategia di conduzione dei negoziati che tuteli al meglio gli interessi del Regno.

Lato UE, il presidente della Commissione Europea Junker, supportato da una considerevole schiera di capi di stato e di governo europei, non vuole certo restare con le mani in mano. Basically, dal 24 giugno non manca occasione per confermare la posizione oltranzista: si faccia il prima possibile!   Non solo perché il dente malato deve essere estratto prima possibile, ma anche perché lasciar trascorrere troppo tempo indebolisce la posizione negoziale dell’Unione.  Un pò come voler dare il “colpo di grazia” quando l’avversario è ancora tramortito dall’ultima bordata ricevuta.  “Che non abbiano troppo tempo per riorganizzare le idee!”, sembra il ritornello delle prime ore.   E se oltremanica l’interlocutore è (quasi) uno solamente, nel continente molte voci sussurrano all’orecchio di Junker su come dovrebbe svilupparsi la Brexit in termini di negoziati e accordi.  Molte questioni sono sul tavolo, con posizioni iniziali molto distanti.  Il fatto è che, con l’uscita dall’Unione, Il Regno Unito (quindi non solo Inghilterra ma anche Scozia, Galles e Irlanda del Nord) formalmente si pone sullo stesso piano delle relazioni internazionali che l’UE intrattiene con lo Zimbabwe (o un qualsiasi altro stato remoto del globo).  Anzi, forse in una posizione anche meno chiara, essendo le relazioni con lo stato africano attualmente definite, mentre quelle con i cugini isolani molto meno.   Senza considerare poi che alcune nazioni britanniche, palesemente la Scozia, si sono dette assolutamente contrarie all’idea di lasciare l’UE… a costo di lasciare il Regno Unito.

Un termine di confronto: per aderire all’Unione Europea è necessario che gli Stati candidati adottino riforme interne tali da rendere compatibile il proprio sistema alla condivisione delle regole europee.  Si tratta di 35 capitoli (34 + varie ed eventuali), sulle materie più disparate, che vanno sotto il nome di acquis communautaire.  Uno sforzo immane per i paesi candidati, che spesso si consuma in molti anni, e a volte non riesce neanche a concretizzarsi.  Bene, l’entrata nell’UE rischia di essere molto meno impegnativa dell’uscita di un paese membro.  Si tratta di rinegoziare ogni piccolo aspetto delle relazioni con i Paesi che rimangono membri.  Quantomeno il Regno Unito non aveva adottato l’Euro.  Ma Shenghen si, con la sua libera circolazione di persone all’interno dell’omonima area.  E anche la circolazione delle merci. E anche la circolazione dei servizi…inclusi quelli FINANZIARI.   In un paese in cui la finanza pesa il 10% del PIL questo può essere un problema.

Brexit è nata e cresciuta, tra gli altri, su un problema sociale: l’immigrazione.  Fomentati da personaggi in cerca di consenso facile tra la popolazione meno avvertita e più marginalizzata, gli elettori britannici hanno detto no principalmente all’ingresso nel Regno di cittadini comunitari non britannici ed extracomunitari .  Il famoso lavoro rubato. Ma tra le poche cose certe che Junker ha voluto finora segnalare ai preparativi del tavolo di negoziazione è che l’accesso al Mercato Unico europeo non è una pietanza à la carte.  Tradotto, o tutto o niente.  Gli inglesi siano avvertiti: non potranno prendere solo i vantaggi dall’accesso ad un area geografica fatta di condivisione, ma dovranno saggiarne anche gli aspetti problematici.  E c’è da giurare che il Regno Unito lascerà feriti sul campo.  Già alcuni paesi europei hanno fiutato la possibilità dell’affare sulle spoglie della Gran Bretagna;  probabilmente dipenderà dai paesi più piccoli o meno pesanti politicamente se i danni -per UK e EU – saranno contenuti invece che ingenti.

La partita è appena iniziata.  Se è vero che i negoziati potrebbero durare 2 anni, che la May non vuole iniziare prima del 2017, che Junker vuole chiudere prima del 2019 (prossime elezioni europee)… dobbiamo essere pronti ad assistere a (quasi) tutto.

Seguiremo l’evoluzione nei prossimi episodi, che si prospettano intensi e ricchi di strategie politiche.  Restate sintonizzati sul “Kōan europeo”!

[fine episodio 1]

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