BREXIT: IL KŌAN EUROPEO (EP. 2)

Ci ritroviamo, a distanza di quasi 6 mesi, a riprendere il racconto della Brexit.  Ci eravamo lasciati con una Theresa May saldamente ancorata alla difesa di una interpretazione purista del significato della parola: “Brexit significa…Brexit“.   Nessuno scampo per i sudditi più riottosi alla svolta indipendentista,
nessuna possibile lettura che presti i fianchi a misunderstandings.   E così sono decorsi diversi mesi prima che la May firmasse solennemente – e facesse recapitare a Bruxelles – le dimissioni ufficiali dall’EU, con l’attivazione del famigerato e oscuro Art. 50.

Mesi che sono serviti a capire il clima politico interno alla Gran Bretagna dopo il terremoto referendario, a tastare il polso ai sudditi, a percepire gli umori dell’industria e della società civile, a costruire l’A-Team di negoziatori che dovranno confrontarsi con i burocrati europei e i governi dei Paesi Membri.

Decorreranno da ora due lunghi anni fatti di serrate negoziazioni, intimidazioni, minacce più o meno velate, per spuntare le migliori condizioni di uscita di UK da UE (inclusa la possibile uscita della Scozia da UK per poter rimanere in UE…).   Il nostro racconto ha quindi ragione di riprendere, perché ora una milestone significativa è stata finalmente conseguita e si può ragionare dei possibili esiti del processo di Exit per le parti in causa, ma anche per la giurisprudenza Europea.  Il momento è inoltre doppiamente significativo per la storia dell’ Unione Europea.  A 60 anni dal Trattato di Roma celebrate il 25 e 26 Marzo 2017, contestualmente si inizia a determinare la “prassi” per la procedura di uscita di un paese membro dall’Unione.   Sappiamo che non era accaduto prima, e siccome c’è sempre una prima volta, questa sarà la traccia per le (eventuali) future uscite di altri Paesi dall’Unione.  Non è un passaggio di piccolo momento, specie se guardiamo alla fluidità politica di alcuni paesi e le spinte c.d. “sovraniste” che avanzano nel vecchio continente.

Supportati dal racconto che ci viene da autorevoli firme britanniche della BBC (Kamal Ahmed, Mark Easton, e Norman Stuart Smith) iniziamo a vedere lo scenario Brexit che ci accompagnerà nei prossimi mesi.

Il Governo britannico, sebbene non ufficialmente, ha identificato tre red line, su cui la negoziazione non dovrà transigere: immigrazione, abbandono del Mercato Unico, e sottrazione alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea.

I primi due aspetti influenzeranno il futuro dell’economia. Partendo dal tipo di relazioni commerciali che la Gran Bretagna manterrà con l’Unione europea in seguito Brexit, studi condotti dal National Institute for Economic and Social Research indicano che l’abbandono del mercato unico potrebbe portare a una riduzione a lungo termine del commercio tra Regno Unito ed  Europa compreso tra il 20% e il 30%, a meno che la Gran Bretagna non riesca a spuntare esattamente lo stesso accordo di libero scambio che è oggi in vigore (l’UE è il più grande mercato di esportazione del Regno Unito).  Sappiamo che questo sarà difficilmente realizzabile, come a più riprese sottolineato anche da J.C. Junker: le libertà europee sono quattro, non è un menù à la carte.

Altrettanto importante è il fatto che il mercato unico mira anche a ridurre le “barriere non tariffarie”, ossia le norme e i regolamenti che disciplinano temi quali, ad esempio, la certificazione di sicurezza e la licenza di beni e servizi forniti attraverso le frontiere.  Per un’economia come quella della Gran Bretagna, guidata da servizi come la vendita al dettaglio e la finanza, le barriere non tariffarie sono molto importanti.

Il rischio concreto è un mancato accordo un accordo commerciale a condizioni preferenziali con il più grande mercato del Regno Unito per beni e servizi.  Fallire su questo aspetto significherebbe costi aggiuntivi e burocrazia che renderebbero le imprese del Regno Unito non più competitive.   Una rappresentazione plastica di questo potenziale trauma viene dal settore dell’industria automobilistica del Regno Unito,  collegata ad una supply chain a livello europeo e che vede i componenti delle auto viaggiare, molteplici volte, da e per l’UE.  I pezzi potrebbero non essere consegnati in tempo per il montaggio.  Tariffe e frontiere potrebbero seriamente ostacolare questo processo.

Ma veniamo ad un altro settore in cui il Regno Unito è leader: il settore dei servizi finanziari europei è concentrato a Londra.  Un rischio concreto è che sia il Regno Unito che le aziende internazionali basate a Londra non possano più vendere senza ostacoli  i propri servizi in tutta l’UE.  Un incubo per i manager del settore finanziario britannico ed Europeo.

Legato a doppio filo con l’economia è il tema dell’immigrazione e, più precisamente, della mobilità dei lavoratori. Una red line a se stante, ma dalle implicazioni economiche considerevoli.  Le aziende britanniche che operano a livello internazionale hanno spesso bisogno di spostare il personale chiave dentro e fuori il paese, e nel modo più indolore possibile.  Settori come l’agricoltura e la ristorazione si reggono sul lavoro di migliaia di lavoratori dell’UE.   Quanto i confini del Regno Unito rimarranno impermeabili alla mobilità del lavoro sarà un fattore importante per la salute della sua economia.

Alcuni ministri riconoscono che una caduta verticale dell’immigrazione sarebbe un aspetto problematico per settori quali l’assistenza sociale, la sanità, le costruzioni, l’ospitalità e l’agricoltura, settori che attualmente si basano su un numero significativo di lavoratori migranti dell’UE.  Alcuni osservatori suggeriscono che il Regno Unito potrebbe negoziare un regime transitorio della durata di diversi anni successivamente alla Brexit.  Come e per quanto tempo tali accordi potrebbero operare sarà una questione chiave nei colloqui dell’articolo 50.  In pole position un sistema di visti simile a quello già utilizzato per gli immigrati extracomunitari.

Abbiamo sorvolato solamente su due delle molte implicazioni che la Brexit potrebbe avere sulla vita del Regno Unito.  Per ciascuna, al momento opportuno, racconteremo gli aspetti più profondi.  Per ora registriamo che ci sono molti altri settori in cui la Brexit influenzerà il futuro dell’Europa per come la conosciamo, non meno importanti di Economia e Immigrazione: Sicurezza, Difesa, Salute, Educazione, Scienza, Ambiente, Agricoltura e Pesca.

Per il racconto delle implicazioni su questi ulteriori settori dedicheremo il capitolo terzo della saga “BREXIT: IL KŌAN EUROPEO”

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