I fondi della Sora Camilla, ovvero perché tutti vogliono i Fondi Europei, ma nessuno (o quasi) li piglia!

Verrebbe quasi da pensare che i fondi Europei, in particolare quelli a gestione diretta, siano un pò come la figlia della Sora Camilla.

Oltre dieci anni di lavoro in questo settore mi hanno insegnato che esiste nella società una forte domanda di risorse finanziarie provenienti dall’Unione Europea, ma che alla fine dei conti tale domanda è piuttosto evanescente, e tende a dissolversi al confronto con i fatti.

Il ritornello è più o meno il solito: imprese, enti, associazioni, finanche singoli individui vedono nell’Unione Europea l’ultimo baluardo per il drenaggio di risorse finanziarie da destinare ai propri piani di sviluppo, beninteso alle proprie condizioni.

A costo di sembrare fin troppo schematico rispetto alle mille sfumature dell’azzurro stellato europeo, facciamo un pò di chiarezza, e non me ne vogliano i cultori della materia se mi costringo ad una forzosa semplificazione del tema: i c.d. Fondi Europei a gestione diretta sono lo strumento attraverso cui la Commissione Europea (CE) in primis, ma anche altre istituzioni del variegato mondo Europeo, attuano politiche settoriali su di un piano di transnazionalità.  In ossequio ad un generale principio di sussidiarietà, la CE investe una quantità – in vero minima rispetto al bilancio generale dell’Unione – di risorse finanziarie per stimolare la società europea ad attivarsi direttamente al fine di contribuire al progresso dell’Unione, che sia un progresso economico, sociale, ambientale, o nella conoscenza.  E lo fa in maniera diversa rispetto a Stati, Regioni,  Comuni o altri soggetti pubblici nazionali o territoriali.  I principi che conformano la spesa delle risorse Europee attraverso i fondi diretti sono la già citata necessaria transnazionalità dei progetti, il “valore aggiunto” europeo, il carattere di innovatività (rispetto allo stato dell’arte a livello europeo e mondiale), la capacità di generare benefici a lungo termine e di auto-sostenersi una volta concluso il periodo progettuale.  Tutta una serie di variabili che tendenzialmente respinge i postulanti meno preparati.

Inoltre, come è immaginabile, trattandosi di risorse cui possono adire soggetti stabiliti in numerosi Paesi, il livello di competizione è molto elevato e la qualità dei progetti deve risultare coerente con l’ambizione di beneficiare di risorse Europee.

Tutti gli aspetti critici che possono influire sul successo o l’insuccesso di una proposta di progetto saranno esaminati nei diversi articoli di questo blog.  Per ora ci basti sottolineare che c’è anche la “buona notizia”: l’accesso ai fondi Europei non è destinato a rimanere un miraggio, ma può concretizzarsi in una reale opportunità di sviluppo, a condizione che se ne comprendano appieno le regole del gioco e che queste siano condivise dal soggetto che decide di confrontarsi con questa sfida. Barare, svicolare, tergiversare non premia in questo caso!

La chiave del successo per lanciarsi in questo mondo risiede – a mio modesto avviso – in due fattori in particolare: l’adozione di un APPROCCIO STRATEGICO e la disponibilità a considerare questa attività come un INVESTIMENTO di medio periodo.  Sono questi due fattori non sempre riscontrabili in chi arriva a maturare la convinzione di voler sfruttare  tali risorse comunitarie.

…ecco perché – in fin dei conti – i pretendenti alla mano della figlia della Sora Camilla dovrebbero prima domandarsi se siano veramente pronti ad un matrimonio amorevole e duraturo…

Vive l’Amour!

 

 

 

 

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